Il 13 marzo il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha confermato pubblicamente che sta trattando con il governo statunitense, evento molto raro tra due paesi che hanno storicamente rapporti molto tesi. Questi colloqui, che hanno probabilmente avuto un ruolo nell’annuncio di scarcerazione di 51 detenuti cubani, si sono resi necessari in seguito al blocco totale dei rifornimenti di carburante istituito dagli Stati Uniti, che ha aggravato una situazione già particolarmente instabile, causando una grave crisi umanitaria.
La situazione economica di Cuba è infatti instabile da anni, a causa non solo della corruzione e dell’inefficienza del sistema del paese, quasi interamente nazionalizzato, ma anche del lunghissimo embargo degli Stati Uniti.
Il primo embargo parziale statunitense era arrivato, infatti, nel 1958, durante il conflitto armato in corso tra il 1953 e il 1959 guidato da Fidel Castro, che si opponeva alla dittatura del presidente Fulgencio Bautista del Partito Socialista Popolare cubano, un governo in stretta alleanza con gli Stati Uniti. Fidel Castro si batteva contro l’imperialismo Statunitense, e nel 1959 instaurò una repubblica socialista dagli ideali marxisti-leninisti, portando alla nazionalizzazione di Cuba.
L’embargo statunitense si era poi inasprito negli anni ’60 a causa della nazionalizzazione dei terreni agricoli, delle raffinerie di petrolio e delle industrie statunitensi e a causa degli stretti rapporti tra il regime di Castro e l’unione sovietica. Nel 1962, con la crisi dei missili, l’embargo era diventato completo, negando a Cuba anche aiuti umanitari.
La situazione economica dell’isola si era aggravata particolarmente con il collasso dell’Unione Sovietica, nel 1991, che aveva privato il paese dei sussidi russi (cibo, carburante, petrolio e macchinari) da cui dipendeva fortemente. Questo aveva portato Castro a riorganizzare l’economia del paese tramite la riapertura ai mercati internazionali e al turismo, riforme agevolate poi da una distensione dei rapporti con gli Stati Uniti durante l’amministrazione Obama (2015-2017). Se da una parte la parziale liberalizzazione aveva consentito al paese di avere accesso alla valuta straniera, indispensabile per i commerci internazionali a causa della grande svalutazione del Peso, dall’altra aveva portato col tempo ad un aumento delle disuguaglianze sociali, con un divario sempre maggiore tra chi, riuscendo ad aprire piccole imprese commerciali, riusciva ad arricchirsi e chi, come i dipendenti statali, non aveva i mezzi necessari per acquistare i prodotti sempre meno forniti dallo stato.
Nel 1998, in seguito all’elezione del presidente socialista venezuelano Hugo Chávez, Cuba aveva stretto una forte alleanza economica con il Venezuela, creando una relazione bilaterale basata sullo scambio di beni di prima necessità, risorse energetiche e tecnologiche di informazione e aiuto militare. In particolare, Cuba dipendeva dal Venezuela per il rifornimento di carburante, che il paese le concedeva a prezzi favorevoli.
La situazione alla fine del 2025 era dunque già molto instabile: i rapporti con gli Stati Uniti si erano nuovamente inaspriti con le amministrazioni Biden e Trump, il turismo, che costituiva il maggiore sostegno economico del paese, non si era ancora ripreso dalla crisi successiva alla pandemia nel 2020 e un sistema sociale di base, storicamente molto buono, che cominciava a cedere. Erano inoltre molto frequenti disservizi come blackout, causati da infrastrutture inadeguate e da una dipendenza dai paesi circostanti per molti beni di prima necessità come carburante o medicinali.
In questo contesto l’amministrazione Trump ha deciso di bloccare l’accesso del paese al carburante, con l’intenzione di far crollare il regime a causa della crisi. I rifornimenti che arrivavano dal Venezuela sono stati dunque prima ostacolati dai sequestri di petroliere venezuelane dell’amministrazione Trump, e poi interrotti completamente in seguito all’attacco statunitense contro il Venezuela e alla cattura di Maduro. Per un periodo l’unica fornitura di petrolio è arrivata dal Messico, come misura per prevenire una crisi umanitaria, ma i primi giorni di febbraio anche questa si è interrotta, a causa di nuovi dazi imposti da Trump. Il governo cubano è stato quindi costretto ad attuare misure d’emergenza: il carburante, infatti, serve non solo per i trasporti, ma alimenta anche le centrali che producono elettricità, così come i generatori che molti cubani hanno per far fronte ai frequenti blackout. Da un mese, dunque, a Cuba si è fermato tutto: i trasporti pubblici sono stati quasi interamente interrotti, e anche le auto private sono rimaste senza carburante. Il turismo è stato ulteriormente ridotto, perché molte compagnie aeree hanno interrotto i voli su Cuba a causa dell’impossibilità di fare rifornimento sull’isola, e sono bloccati anche servizi fondamentali come l’elettricità e l’acqua, che spesso mancano per la maggior parte del giorno, o la raccolta rifiuti: il carburante dei mezzi che raccolgono la spazzatura è finito, e questa si accumula per le strade, favorendo lo sviluppo e la circolazione di malattie trasmesse dalle zanzare, come dengue, oropouche e chikungunya. Nonostante questo, la popolazione cubana sembra resistere: molti dei disservizi causati dal blocco erano già frequenti nel paese, e questo ha probabilmente aiutato le persone a sopportare una situazione di grave crisi umanitaria. Il 25 febbraio, poi, il governo statunitense ha dichiarato che autorizzerà nuove licenze per la rivendita del petrolio venezuelano a scopi commerciali e umanitari, a patto però che non sia venduto a enti governativi ma solo alle piccole imprese private. Questa distensione, insieme agli accordi confermati dal presidente cubano, fanno insomma sperare che la situazione possa risollevarsi.
Ricerche e redazione
Anna R. e Anna C.