31/01/2026
Il 2025 è stato un anno caratterizzato da numerose proteste in diversi paesi del mondo. Tra queste, molte avevano caratteristiche comuni: erano proteste antigovernative, denunciavano la corruzione e la disoccupazione giovanile, chiedevano maggiori investimenti in settori come l’istruzione o la sanità. Altra caratteristica distintiva: i partecipanti erano soprattutto giovani appartenenti alla Gen Z, la generazione di persone nate tra il 1997 e il 2012; un aspetto rappresentato da un simbolo, la bandiera di One Piece, anime giapponese che segue le vicende di un gruppo di pirati che combattono ingiustizie e oppressioni.. Durante l’anno abbiamo provato a seguire queste proteste, e qui ne riportiamo una selezione.
1 novembre 2024-oggi, Serbia: a Novi Sad sono iniziate l’anno scorso, dopo il crollo di parte della stazione ferroviaria che aveva ucciso 16 persone, le proteste che gli studenti universitari portano avanti contro il governo del presidente Aleksandar Vučić, accusato di corruzione e di autoritarismo. A fine giugno i manifestanti hanno iniziato a chiedere elezioni anticipate (le prossime sarebbero previste per il 2027): giornate di proteste che hanno riacceso gli scontri con la polizia. Un’altra grande manifestazione si è tenuta il 1 novembre, anniversario del crollo presso la stazione.
luglio 2024-oggi, Bangladesh: le proteste sono iniziate chiedendo l’abolizione di una quota riservata ai familiari di veterani di guerra per impieghi pubblici. Successivamente si sono allargate arrivando a criticare il governo autoritario di Sheikh Hasina, la quale è stata accusata di aver spinto la repressione violenta delle manifestazioni. La ormai ex Prima Ministra si è dimessa ed è fuggita in India il 5 agosto 2024. Da quel momento è a guida del governo ad interim il premio Nobel per la pace Muhammad Yunus. Le prossime elezioni si terranno il 12 febbraio 2026 e decideranno il futuro della nazione. I principali partiti che si scontreranno sono il Bangladesh Nationalist Party (Bnp), partito storico e rivale del partito di Hasina, l’Awami League (ora reso illegale), e il partito islamista Jamaat-e-Islami, a cui si alleato il nuovo partito studentesco formatosi dopo le rivolte del 2024, il National Citizen Party (NCP).
14 maggio-2 giugno, Mongolia: grandi manifestazioni contro la corruzione e il governo sono scoppiate dopo che sui social era circolata la notizia di un regalo particolarmente costoso che il figlio del primo ministro avrebbe fatto alla fidanzata. Queste proteste hanno portato al voto di sfiducia del governo da parte del parlamento, e alle successive dimissioni del primo ministro stesso.
9-25 giugno, Kenya: le proteste sono iniziate in seguito alla morte di un blogger politico mentre era in custodia della polizia. La mobilitazione più grande è avvenuta il 25 giugno, nell’anniversario di un’enorme protesta contro la corruzione scoppiata un anno prima e duramente repressa. Anche in questo caso le proteste, che denunciano corruzione, disoccupazione, l’aumento del costo della vita e la brutalità della polizia, sono state represse duramente, con arresti di massa, centinaia di feriti e almeno 9 morti, mentre i media sono stati oscurati dal governo. Per fermare le proteste sono state inoltre assoldate dalle forze politiche governative, gang giovanili, incaricate di interrompere con la violenza le manifestazioni.
25-31 agosto, Indonesia: Le proteste sono iniziate in seguito alla proposta di una nuova indennità per i deputati parlamentari, e si sono allargate dopo che un moto-rider è stato investito da un veicolo delle forze dell’ordine. I manifestanti hanno protestato contro l’inflazione, la corruzione e, in generale, contro il governo sempre più autoritario del presidente Prabowo Subianto. Sebbene in un primo momento il governo avesse dichiarato di voler abolire l’indennità, in ottobre Subianto ha annunciato un aumento per i parlamentari. Amnesty International ha accusato le forze di polizia indonesiane di aver represso le proteste con violenza esagerata, violando il diritto internazionale, e il presidente di non aver portato avanti indagini indipendenti sulle azioni delle forze dell’ordine.
8-12 settembre, Nepal: grandi proteste antigovernative sono scoppiate a partire dalla decisione del governo di bloccare i social media: nel giro di pochi giorni si sono verificate manifestazioni e proteste, con atti di violenza da entrambe le parti, che hanno causato le dimissioni del primo ministro. La nuova prima ministra, nominata dai militari che hanno assunto il potere, ha ricevuto l’approvazione dei manifestanti.
18 settembre-17 ottobre, Madagascar: le proteste antigovernative, iniziate nella capitale per lamentarsi dei numerosi blackout e della mancanza di acqua corrente, sono andate avanti per quasi un mese, nonostante le dimissioni del primo ministro e la repressione violenta delle manifestazioni. L’11 ottobre un contingente dell’esercito si è schierato dalla parte dei manifestanti, e dopo la fuga del presidente Rajoelina, ha preso il controllo dello stato.
15-21 settembre, Filippine: dopo che nei primi di settembre è scoppiato uno scandalo per corruzione, riguardante il monitoraggio delle inondazioni da parte del governo, sono esplose numerose proteste contro la corruzione e la ricchezza della classe dirigente, denunciata sui social dai giovani. La manifestazione più partecipata, che ha preso il nome di “Trillion Peso March”, si è svolta il 21 settembre, e nonostante sia stata prevalentemente pacifica non sono mancati scontri violenti con la polizia e più di duecento arresti.
20 settembre-oggi, Perù: le proteste dei giovani, che hanno manifestato contro la corruzione e lo scarso impegno dei governanti nel migliorare le condizioni del popolo, hanno portato nella notte tra il 9 e il 10 ottobre 2025 alla deposizione della presidente Dina Boluarte, accusata di corruzione e scarso impegno nell’eliminazione della criminalità organizzata e del narcotraffico. Questo però non ha fermato i manifestanti, che hanno continuato a protestare contro il nuovo presidente José Jerí, chiedendo nuove elezioni e un rinnovamento della classe politica. Questa situazione è continuata per tutto il 2025, nonostante l’imposizione di un coprifuoco nella capitale. Durante le proteste ci sono stati numerosi scontri con la polizia, e almeno un manifestante è morto.
27 settembre-metà ottobre, Marocco: in seguito alla morte di 8 donne avvenuta in seguito al parto presso un ospedale di Agadir in una sola settimana, sono scoppiate proteste in tutto il paese. Con le manifestazioni si chiedevano maggiori investimenti nella sanità e nell’istruzione. I manifestanti hanno anche criticato gli ingenti investimenti fatti dal governo per costruire e ampliare stadi in vista dei mondiali di calcio 2030. Le proteste non sono state ascoltate, e centinaia di manifestanti sono stati arrestati dalla polizia.
29 ottobre-3 novembre, Tanzania: le proteste sono partite in seguito alla rielezione della presidente Samia Suluhu Hassan, giudicata irregolare da organismi nazionali indipendenti a causa dei numerosi arresti e sparizioni dei suoi oppositori. Le manifestazioni antigovernative, scoppiate in diverse città del paese, sono state represse violentemente da polizia ed esercito, mentre veniva imposto un coprifuoco e il blocco dei social. Durante le proteste ci sono stati numerosi arresti e sono morte più di mille persone, secondo fonti dell’opposizione, e il timore di nuove violenze ha trattenuto i manifestanti dallo scendere nuovamente in piazza il 9 dicembre, giornata dell’indipendenza.
15 novembre, Messico: dopo la morte di un sindaco impegnato nella lotta contro il narcotraffico, Alberto Manzo Rodríguez, è scoppiata una protesta per condannare la corruzione e accusare il governo di non fare abbastanza per contrastare la violenza legata al narcotraffico. La presidente Claudia Sheinbaum ha criticato la violenza dei manifestanti – sono rimasti feriti infatti un centinaio di poliziotti oltre a 20 civili – e ha accusato la destra, che in Messico è all’opposizione, di avere organizzato la protesta per indebolire il governo.
26 novembre-11 dicembre, Bulgaria: le proteste che sono iniziate per contestare alcune norme relative al bilancio dello stato, presto ritirate, si sono trasformate poi in quelle che molti hanno descritto come le più grandi e partecipate degli ultimi anni nel paese. I manifestanti hanno chiesto le dimissioni del governo, che sono arrivate l’11 dicembre.
Ricerche e Redazione
Anna, Irene