11/04/2026
Durante la guerra in Bosnia Erzegovina, tra il 1992 e il 1996, nella Sarajevo assediata, vennero organizzati i cosiddetti “safari umani”, non solo una modalità di guerra, ma una vero e proprio fenomeno criminale che consisteva nell’ integrazione di civili, anche italiani, nelle postazioni di tiro paramilitari serbo-bosniache. A sottolineare la disumanità degli atti compiuti è presente il sistema di “premi” che veniva attuato, infatti, ad ogni vittima corrispondeva un bossolo con un fiocco di colore diverso, blu per i bambini, rosa per le bambine, rosso per gli uomini e giallo per le donne.
La procura di Milano, decenni in seguito all’ accaduto, ha aperto un’ inchiesta per cercare di fare luce sulla componente Italiana coinvolta nel fenomeno, sta lavorando tramite rogatorie internazionali insieme ai magistrati bosniaci al ripercorrimento di diari di guerra e registri dei reparti paramilitari serbo-bosniaci, liste passeggeri e i ruoli paga della società di security e della ditta di autotrasporti coinvolte, al fine di identificare dei testimoni oculari e di dare un volto ai cecchini.
In particolare, sarebbe indagato Giuseppe Vegnaduzzo, un uomo di circa 80 anni. Nonostante le testimonianze, sembra che l’ex autotrasportatore abbia negato il suo coinvolgimento durante l’ interrogatorio. Dalle indagini sono emersi anche altri due nomi, di uomini tra i 60 e i 70 anni, imprenditori in Lombardia e centro Italia, rivelando un sistema capillare che parte da una società di security milanese, e si estende a gran parte del nostro paese ed altre città europee.
Per comprendere la gravità di queste rivelazioni, occorre inquadrare l’assedio di Sarajevo (1992-1996) come una delle pagine più cupe della storia europea moderna. La città fu bersagliata non solo per la sua importanza strategica come capitale e nodo di comunicazione, ma soprattutto per il suo valore simbolico: Sarajevo era l’emblema della convivenza multietnica tra musulmani bosniaci, serbi e croati. Il progetto nazionalista della “Grande Serbia”, guidato politicamente da Radovan Karadžić e militarmente da Ratko Mladić, mirava a distruggere questo modello di integrazione per imporre una separazione etnica netta. Bersagliando la città dai rilievi circostanti, le forze serbo-bosniache (VRS) cercarono di annientare la resistenza bosniaca attraverso il logoramento fisico e psicologico dei civili.
La giustizia internazionale ha sancito definitivamente la natura criminale di questo isolamento forzato: nel 2016, il Tribunale dell’Aia ha condannato all’ergastolo Karadžić, ritenendolo penalmente responsabile di aver orchestrato l’assedio come strumento di terrore sistematico. In questo clima di violenza istituzionalizzata, l’assedio divenne un territorio di impunità dove poterono proliferare fenomeni degenerati come quelli oggi al centro delle indagini milanesi. Le recenti polemiche che hanno coinvolto figure politiche attuali, come il presidente serbo Aleksandar Vučić, che nega con forza ogni accusa di coinvolgimento o presenza sulle colline durante quegli anni, dimostrano quanto la memoria di Sarajevo sia ancora un terreno di scontro vivissimo.
Ricerche e redazione
Anita P. Carlo S.