20/04/2026
Il 2026 si è aperto con una drammatica accelerazione della crisi tra Islamabad e Kabul, segnando il passaggio da una tensione latente a un conflitto aperto. Il punto di rottura è avvenuto il 6 febbraio, quando un devastante attentato suicida ha colpito una moschea sciita nella capitale pakistana. Il governo di Islamabad ha immediatamente puntato l’indice contro il gruppo terroristico Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), accusando le autorità talebane di offrire rifugio ai miliziani oltre confine.
In risposta, il 26 febbraio, il Pakistan ha lanciato l’operazione “Ghazab lil-Haq”, una vasta campagna di raid aerei che ha colpito le province di Nangarhar e Paktika, spingendosi fino ai margini di centri nevralgici come Kabul e Kandahar. L’offensiva, giustificata da Islamabad come necessaria per neutralizzare le cellule terroristiche, ha provocato l’immediata reazione dei Talebani, che hanno denunciato la violazione della propria sovranità nazionale e il coinvolgimento di numerosi civili. Il conflitto si è così spostato rapidamente sul piano terrestre lungo la Linea Durand, innescando una crisi umanitaria con oltre 115.000 sfollati.
Dopo una breve e fragile tregua osservata in occasione dell’Eid al-Fitr, la determinazione pakistana nel voler ottenere il controllo definitivo della fascia di confine ha portato, il 26 marzo, alla ripresa ufficiale delle ostilità nell’area strategica di Torkham. In questo scenario di guerra d’attrito, Pechino ha tentato di inserirsi come mediatore diplomatico: l’8 aprile, rappresentanti di entrambi i governi si sono riuniti a Urumqi sotto l’egida cinese. Sebbene le parti abbiano concordato di “esplorare una soluzione globale”, l’esito dei colloqui appare al momento simbolico; sul terreno, infatti, non si intravedono ancora passi concreti verso il disarmo del TTP, lasciando il confine in uno stato di altissima precarietà.
Ricerche e Redazione:
Carlo